dentro la fabbrica del cioccolato

L’anno scorso (oramai…), poco prima di Natale questo blog è stato invitato, assieme ad altri compagniucci di web a partecipare a due giornate a casa della Lindt. Sì, la Lindt, proprio quella, quella del cioccolato, quella dei cioccolatini, quella dell’arrendevole scioglievolezza. Siamo tornate cariche di doni, di immagini, di profumi, di chiacchiere scambiate, ma sia nell’immediatezza dell’esperienza, sia con la distanza del ricordo la cosa che maggiormente è rimasta nella mente a stimolare domande e riflessioni è stata la fabbrica.
Per chi infatti, come la sottoscritta, non ne ha mai avuto esperienza diretta la fabbrica era (e in parte certo ancora è) un luogo astratto e assai vago, difficile persino da immaginare. Visitarla da dentro è stata dunque una di quelle cose che difficilmente si dimenticano e che cambiano anche il modo di guardare al cibo, al lavoro, per certi versi al mondo.
Innanizitutto perché una fabbrica del ciccolato, a parte i rimandi letterari e cinematografici, sembra di per sè un ossimoro: la cioccolata è delicatezza, seduzione, morbidezza, tempo lento e la fabbrica sostanzialmente, almeno nell’immaginario, il suo contrario.
Poi perché la sottoscrita, come forse molte/i altri food-blogger, ha una visione un tantino romantica del cibo e del suo farsi: tendiamo cioè a sottovalutare (o a ignorare) il fatto che dietro a un prodotto alimentare (industriale) ci sia appunto anche prodotto, o peggio a ritenere implicitamente e snobbisticamente che laddove ci sia prodotto (industriale) ci sia necessariamente sempre poca qualità, poca attenzione, insomma in sostanza solo profitto e niente arrosto.
Non si tratta con questo di mandare in malora tutta la buona intenzione e tutta l’attenzione che ci mettiamo scegliendo le uova della Fausta (quando possibile, che le galline non sempre si prestano alle nostre esigenze), rispettando la stagionalità e la produzione locale, ma appunto considerare che se è vero che la spesa la facciamo anche al supermercato, forse lì più che altrove è il caso di tenere gli occhi aperti e di guardare, laddove è possibile, fin dentro alla fabbrica.

Che poi la fabbrica vista da dentro è un misto di fascinazione e di paura, un misto di ingegno e di sovra-umanità, dove tutto è calcolato, previsto, massimizzato all’efficienza. Così ad esempio la macchina che impacchetta i Lindor (roba da 1000 cioccolatini al minuto) è di una bellezza ipnotizzante presa a prestito dai balletti meccanici. Le mani delle lavoratrici in questo contesto diventano anch’esse parte di un ingranaggio che impressiona: assemblano i due mezzi gusci che faranno un uovo di Pasqua, distendono in quattro mosse i fiocchi, raccolgono, verificano.
Certo il fascino della divisa bianca del maitre chocolatier che, nell’altra parte dello stabilimento, sperimenta gusti e consistenze temprando chili di cioccolato a mano come un alchimista di svizzera precisione (oddio un altro ossimoro!) è forse più direttamente appetibile, ma io la fabbrica del cioccolato, come Charlie Bucket, non la scorderò mai.

maite

12 Commenti a “dentro la fabbrica del cioccolato”

  1. agnese scrive:

    ahhhhhhhh…invidia pura! cosa darei per vedere anch’io la fabbrica della lindt e soprattutto per portarmi a casa i vari regali! beati voi…ma come mai avete postato questo articolo ora se avete la fortuna di andarci l’anno scorso?
    Un caro saluto!

  2. betta scrive:

    e l’odore? che odore ha una fabbrica di cioccolato?

  3. alexandra scrive:

    Hai concretizzato il mio pensiero. Non é stata la prima fabbrica visitata quella della Lindt…eppure ogni volta mi assale timore e fascinazione. È vedere il lavoro, reale, duro e spesso di routine. Sono catene di montaggio che assemblano pezzi, formano, incollano, impacchettano…veder formare cioccolatini, abiti, automobili é vedere concretezza.

  4. lydia scrive:

    Sai che proprio qualche giorno fa mi stavo chidendo quando avresti pubblicato questo post?
    A me è venuta voglia di andare a visitare una fabbrica di cioccolato storica per noi napoletani che è Gay Odin, penso che tu la conosca, se dovessi riuscire (vorrei chiedere a Emidio che so essere amico dei proprietari) vi va di fare un giro con me?

  5. maite scrive:

    @agnese: abbiamo pubblicato solo ora perché a volte sono un po’ lenta nella digestione delle esperienze, mi ci è voluto un po’ insomma…
    @betta: hai ragione, mi sono dimenticata di dire dell’odore che era incredibile già all’esterno della fabbrica prima di entrare
    @alexandra: sì, esattamente la concretezza
    @lydia: Gay Odin? di corsissima!!

  6. daniela scrive:

    Maite che ricordi piacevoli e golosi hai richiamato! Una due giorni interessantissima, con il piacere di una compagnia stimolante! Un bacio e buona giornata
    Daniela

  7. a me sarebbe venuta voglia di incatenarmi dentro la fabbrica con un cartello
    ” è qui che voglio morire felice ( e iperglicemica )”.

    oppure avrei chiesto di fare l’assaggiatrice gratis di tutte le varietà prodotte, per sempre.

    oppure non so.. ma a me l’idea di una quintalata di cioccolato mi rilascia automaticamente endorfine a gogo..

    ircordo che parecchi anni fa, a settembre, mi trovato a passare per l’autostrada di villafranca ( verona ), la stessa autostrada che accoglie le fabbriche della BAULI, PALUANI.. insomma..
    so solo che mi sarei fermata alla prima sosta per raggiungere le fabbriche perchè il profumo di pandoro e panettone era da delirio..
    lo so magari sono industrie, ilm prodotto non è così naturale come quello artigianale, però che profumo.. e dall’autostrada !!
    pensa dentro una fabbrica di cioccolata..

    incatenatemi vi prego..:)

    vale

  8. OMG! Io potrei svenire li dentro..amo alla follia il cioccolato! Aaaaaah devo chiamare la Lindt e convincerli ad assumermi..o a farmi fare il bagnetto in una delle loro vasche..beati voi!

  9. lacquadorosa scrive:

    Provo una sana invidia per questa tua visita. 1000 cioccolatini al minuto… il maitre chocolatier…. Grazie del racconto! Carla

  10. le rocher scrive:

    Che bellissima esperienza!

  11. comidademama scrive:

    Aspettavo questo post. Brava.

  12. enza scrive:

    come la penso…penso che al di là di tutto i conti (anche salati) li facciamo al supermercato dove sempre e comunque abbiamo facoltà di scegliere in una specie di giungla dove sembra che tutto sia omologato e uguale.
    e non lo è.
    la spesa ad occhi aperti e con la voglia di leggere le etichette a corpo 8 dovrebbe guidarci senza la spasmodica ricerca di prodotti gourmand che alla fine ci possiamo concedere ma non nella quotidianità.
    la realtà è che il mondo dei foodies guarda sempre con occhio un tantinello troppo snob per i miei gusti al prodotto industriale laddove meglio farebbe ad indicare quali tra i prodotti industriali valgono la pena della spesa anche routinaria, chè certe cose (e certi prezzi) fan parte di una tantum golosi si ma sempre una tantum.
    e poi se ricordi il libro (faccio la colta ma io il libro l’ho letto alle ragazze di recente) gli abitanti della città si accorsero della riapetura della fabbrica proprio dal profumo che si spandeva intorno.