i libri di marzo

Siamo in ritardo di qualche giorno. Ma tutta la “fatica” di scrivere (e soprattutto fotografare) questo post mensile sui libri-che-divoriamo sta nel riuscire a raccoglierli tutti nello stesso luogo, nello stesso tempo.

PS il tulipano è del giardino fiorito (!!) del fotografo

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Irene Brin, Cose viste. 1938-1939, Sellerio, Palermo 1994 (pp. 201, euro 7,75)

La Casina Valadier
Un’illusione di eleganza costosa e mondana circonda da sempre la Casina Valadier, insieme ai tanti ricordi di feste organizzate dal amestro Picchetti nel 1925, di tanti fiumi di champagne rispettabile e di tante follie contenute nei giusti limiti. Anche l’architettura esterna, che ricorda il palazzetto, il padiglioncino da caccia ed il nido fra i boschi, ci riempie di trepida ammirazione, e non aprleremo poi dell’interno, dove le colonnine, gli abat-jour e l’orchestrina formano uno scenario veramente intimo e assai lussuoso. Certo ci piacerebbe molto andarci la sera, a cena, ma non cis iamo riusciti mai, e conosciamo solo una Casina Valadier del pomeriggio, di domenica. Arrivandoci verso le cinque, si è quasi sicuri di trovarci le mamme, ch si portano i figli per premiare con una “cassata” l’ammissine senza esami. Queste mamme generalmente si sono sposate giovani ed hanno avuto presto figli; così per tutta la vita pensano di avere sprecato la giovinezza, e di essere ancora adolescenti; si vestono in modi vaporosi, con pettinature fanciullesche; considerano i figli, fino a quando hanno compito i dieci anni dei veri bébés, dai dieci anni in su come cavalier-serventi-di-mammà, e raccontano poi volentieri che il loro baby diciottenne, quando le accompagna, viene creduto da tutti un corteggiatore o un fidanzato. (…)

Bar Americano
M’era accaduto sesso di cogliere, nei discorsi di conoscenti, o anche di estranei, alcune parole, leggermente enfatiche, che esatavano la qualità del Bar Americano: “Roma” dicevano “sta veramente diventando una grande città, basta vedere il Bar Americano…”, oppure: “Allora ci troviamo al Bar Americano…”, o, infine. “Vi asscicuro che a Londra non ho trovato nessun locale che possa paragomarsi, neanche lontanamente, al Bar Americano…”.
Così l’altra sera, tornando dal cinematografo, decidemmo di entrarvi. Fosse l’ora tarda, la notte fredda, o la vicinanza dell’Albergo Quirinale dove una densa folla attendeva di veder uscire i ricchi reduci dalla serata del teatro Reale, le sale del bar erano vuote, la cassiera sbadigliava, i barmen sbadigliavano celandosi la faccia nei grembiuli sporchi, e dalle vetrine vuote, dalle luci per metà spente, veniva quella particolare malinconia dei buffè delle stazioni. Mentre però indugiavamo accanto agli sgabelli di lucido nichel e cuoio rosso, incerti se arrampicarci lassù, entrarono cinque o sei giovanotti, i più con gli occhiali di tartaruga, e con la carnagione grassa ed oscura. Avevano tutti l’aria dei ricchi recenti: figli, quasi certamente, di appaltatori stradali, o di costruttori edili che, dopo aver saziato al prima ed immediata fame di ricchezze accessibili come l’Aprilia, l’appartamento ai Parioli, le lezioni di scherma ed equitazione e i vestiti di Caraceni, si avvedono come queste esteriori apparenze non costiuiscano affatto quel successo in società, cui inconsiamente tendevano. Febbrilmente dunque si preparano ai concorsi, sognano la diplomazia, cercano la moglie nobile e, nel frattempo, stringono rapporti con conti e baroni impoveriti, ma sempre altezzosi. Uno dei gradini di questa scala sociale è comunque costituito dall’amicizia con un barman. i libri di Wodehouse prima, i film americani poi, ci hanno sempre mostrato come decorativo appaia l’uomo di mondo appoggiato al bancone di un bar, intento a scambiare confidenze con un barista spiritoso e di buon consiglio, che , emscolando complicate bevande, suggerisce sempre la soluzione opportuna. I giovani dagli occhiali di tartaruga si avvicinarono dunque, dicendo forte, e con una disinvoltura non priva di timidezza: “Ciao Arduino! Come va, Arduino? Addio, Arduino!”, ed il barman rispose con voce ossequiosa e insolente insieme: “Buonasera signorini”. Leggermente impacciati dai grossi cappotti, dalle grosse sciarpe e dai grossi guanti e dalle grosse scarpe i giovani si arrampicarono sugli sgabelli, e ci rendemmo presto conto come il fascino del Bar Americano stia proprio in questa piccola ginnastica che consente di mostrare facilmente disinvoltura e scioltezza. Seduti che furono, ordinarono, tomato, malted milk, e così via, sempre interpellando familiarmente Arduino, e chiedendogli la sua opinione su vari argomenti. Uno, azni, trasse improvvisamente dal portafoglio alcune istantanee, e posandole sul banco, tra i bicchieri ed il piattino delle salsicce, domandò, con una sua vanità impacciata e trionfante, se quella non fosse proprio una “donna di classe”.

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Marco Malvadi, Odore di chiuso, Sellerio, Palermo 2011 (pp. 198, euro 13)

Il dessert e il caffè erano arrivati, nel frattempo. Il dolce era una torta di ricotta fresca su un fondo di biscotti al burro sbriciolati, guarnita con mirtilli e lamponi, ed era stata giustiziata sul posto dai commensali senza pietà. Per cui, il caffè adesso ci voleva proprio. Il problema era la tazzina.
Quando si portano i baffi lunghi dieci centimetri, folti e spioventi, non tutti i bicchieri e le tazze sono fruibili allo stesso modo. La tazzina che aveva davanti, per esempio, poneva all’Artusi il problema di come degustare il caffè senza zuppare i suoi cari mustacchi nel corroborante liquido. (…) Nel frattempo, l’Artusi aveva portato a termine l’operazione e buttato giù il caffè mantenendo i baffoni sorprendentemente lindi, grazie alla cosiddetta “tecnica del formichiere” (bocca a trombetta, labbra protese, un rapido risucchio possibilmente silenzioso e via) tanto cara ai proprietari di baffi del mondo occidentale.

Per la cena, infatti, mi son trovato seduto tra le due signorine Bonaiuti Ferro, in una atmosfera alquanto surreale; l’una delle due, infatti, mi domandava continuamente dettagli sulla mia cucina, sulla casa dove abito e sugli affari miei in generale, mentre l’altra (che mi è chiaro ormai esser completamente rincorbellita) annuiva di continuo, mostrando un sorriso a tre denti di numero che avrebbe tolto l’appetito anche a un suino. Tale grottesca conversazione si svolse nel silenzio più assoluto, in quanto nessuno degli altri commensali aveva alcuna voglia di parlare, come è comprensibile. Per buon peso, lungo tutta la cena ebbi addosso gli occhi dei due figlioli del barone, i quali entrambi mi guardavano come se avessi appena vomitato nel piatto.
Sulle mire della signorina Cosima ormai non ci sono più dubbi, temo. Per parte mia, mi son liberato a fatica delle mie ultime due sorelle, pagando di tasca mille francesconi l’una pur di maritarle, e di zitellone per casa ne ho avute abbastanza per trovarmene di nuovo in mezzo alle scarpe. (…)
In somma delle somme, ero venuto qui per consigliare il signor barone sulle sue cucine e per passare una settimana tranquilla, e mi trovo a rischiare di essere imputato di omicidio, o promesso sposo di una vecchia demente che potrebbe essere chetata solo colla calce viva.

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Claudia Schreiber, La felicità di Emma, Keller, Rovereto (pp. 235, euro 14,50)

La stanza da letto di Emma era un porcile: la biancheria sbucava fuori dall’armadio e dai cassetti, pile di giornali e di fatture non pagate le facevano da comodino e da sgabello, e gomitoli di polvere grossi come gatti rotolavano sotto il letto impigliandosi in resti di pane mangiucchiato.
Fuori il sole nascente tingeva i campi di rosso e la rugiada si posava sui prati. Emma si avvolse stretta stretta nel piumino, godendosi il alore di quell’abbraccio. provava invidia per i suoi maiali, che se ne stavano sdraiati sulla paglia fresca uno addosso all’altro, respirando tutti allo stesso ritmo. Riempivano le loro giornate di uno splendido far niente. Di mattina e di sera, di giorno e di notte – i suoi maiali passavano il tempo a mangiare, rotolandosi nella melma, a grattarsi voluttosamente la schiena contro lo steccato o anche solo a starsene stravaccati uno contro l’altro, pelle contro pelle. E quando questo invidiabile stile di vita li aveva forniti di una bella cotica di lardo, ecco che Emma procurava loro una magnifica uscita di scena, rapida e indolore. Il senso di quella vita suina raggiungeva la sua espressione più piena in un insaccato celestiale.

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Georges Simenon, Maigret et le marchand de vin, Le livre de Poche,  Paris 1997

Il avait de nouveau de la température, pas beaucoup, 37°6, ce qui n’en suffisait pas moins à le rendre paresseux et mou. Mme Maigret en profitait pour le chouchouter et, chaque fois qu’elle avait une petite attention à son égard, il feignait de grogner.
- Qu’est-ce que tu vas faire à déjeuneur?
- J’ai un rôti avec des têtes de céleri et de la purée.
Comme quand il était enfant. A cette époque-là, il le voulait très cuit. Il eut ainsi, au cours de la journée, plusieurs bouffées de son enfance.

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Alda Bruno, Tacchino farcito, Sellerio, Palermo 2001

Per arggiungere il gusto compiuto del tacchino farcito i Malaspina impiegarono quattro generazioni, nelle quali l’abitudine di sposarsi e risposarsi tra loro, se non portò un tocco di originalità negli inveterati valori – posizione, prestigio, famiglia -, immise una folata di innovazioni se non altro nella pancia disossata del tacchino. Al principio del suo iter il tacchino, seppur farcito, non era ancora disossato; anzi più che farcito era – come dire? – incinto di un piccioncino in umido lasciato a metà cottura e poggiato su un nido di salsicce e formaggio pecorino. Farcito o gravido che fosse, veniva arrostito con tutte le ossa e arrivava in tavola con le cosce tese, le ali aperte e brustolite, la montatura del codrione tronfio delle penne a raggiera, le zampe mancanti dei soli artigli: una concreta animalità con la restante grazia – e meno male – di essere privo dell’orrenda testa che con tutta evidenza l’avrebbe fatto somigliare al nonno.

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Mercé Rodoreda, Jardìn junto al mar, Planeta 1975, Barcelona

Lo que no sabria explicar de la cocina es la clase de olor que hacia: como un relente cargado de azucares y mantequilla, de buenos guisados que, cuando preparaban el café hùya y, una vez terminado el café, volvia. La luz alta hacia que todo pareciera màs recogido. Cuando iba a la cocina era como si me metiera en el vientre de una golondrina. Quima la tenia como un salòn. Su especialidad eran los lenguados con champiñones. Por ser de pueblo, se bandeaba bien. Era un poco patizamba y delgada de piernas, y tenia los pechos bastante gordos, como si se los hubiesen prestado; la cara redonda y blanca, de un rosa subido en la mejillas de tanto estar junto al fuego. Un rostro monjil, con un hojo alegre y otro triste.
Preparò el café.

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Antonio Muñoz Molina, El dueño del secreto, Ollero & Ramos 1994, Barcelona

Yo creo que me habia visto tambalearme un poco y palidecer, que aunque comprendia que no era de buona educacion aceptar a la primera que unos desconocidos me invitasen a cenar, me flaquearon las fuerzas morales y no quise pensar en lo que habria dicho mi padre si pudiera verme unos minutos despues, cuando un camarero trajo un plato limpio y un cubierto y me serviò primero un tazòn de sopa que apuré en segundos sin levantar apenas la cabeza y haciendo posiblemente mucho ruido, y luego un plato de garbanzos que segun una etiqueta que me chocò bastante, habia que comer con tenedor y no con cuchara, como los habemos comido siempre en mi plueblo. El proprio Ataulfo me serviò vino en una copa de cristal con dibujos como de bordados, un vino tinto que tenia un resplendor de ascua o de piedra preciosa y un sabor que no llegué entonces a apreciar, porque bebia el vino con la misma urgencia automatica con la que me habia tomado la sopa, y a continuacion, limpiandome someramente la boja con una servilleta, me engolfaba otra vez en el cocido, en los garbanzos màs suaves y gustosos que yo hubiera probado nunca y en la delicia de la ternera, del pollo, de la morcilla y el tocino. La copa de vino tinto volvia a estar llena frente a mi: al adelantar la mano hacia ella me dì cuenta de que todos, a mi alrededor, habian dejado de hablar y de comer y me estaban mirando, y bajé los hojos hacia mi plato abrumado de verguenza, y vi que no quedaba en él ni un residuo de comida.

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Elio Petri, Roma ore 11, Sellerio 2004, Palermo

Non molti anni fa arrivare al Quadraro, per i romani, era già come intraprendere un lungo viaggio, significava andare “for de porta”, in campagna, sulla strada di Frascati. C’era qualche osteria col vino buono, mucchi di casupole costruite alla meglio e l’aria buona. Ci si andava a trascorrere mezza giornata per una scorpacciata di abbacchio alla cacciatora.
Oggi il Quadraro è un grosso borgo alle porte di Roma, formato da centinaia di costruzioni irregolari, a un piano, a due piani, abitate da migliaia e migliaia di persone. A guardia di Porta Furba, (l’apertura romana prospicente il Quadraro) si trovano i cavernicoli che si sono avvinghiati con le loro baracche alle antiche mura, erigendo le loro miserabili abitazioni a ridosso dell’acquedotto. Da qualche anno poi, sono arrivate le grandi imprese edilizie, che, dopo le immancabili speculazioni sulle aree fabricabili, hanno iniziato la costruzione di casermoni a otto, dieci piani, i cui appartamenti vengono affittati a pigioni esosissime, da venti a quarantamila lire al mese.
Prima dell’ultimo dopoguerra le ragazze che abitavano nelle borgate venivano raramente in città. Ogni volta che questo accadeva era un avvenimento di una certa importanza. Esse indossavano l’abito della domenica e si imbarcavano per il grande viaggio sui traballanti e polverosi autobus che univano Roma con le sue cento borgate e che sono restati, da allora, gli stessi.

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Antonella Anedda, La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi, Donzelli editore, Roma 2009

Questo pioppo è chiaro e senza tormento. Puoi quasi sentire gli uccelli mattutini tra i rami. L’aria è limpida. é una primavera fredda come ce ne sono spesso in Toscana. La pozza d’acqua scintilla, un uoo si spoglia, il suo dorso è chiaro come la corteccia dell’albero. La colomba dello spirito soffia dove vuole. Tutto è nudo. La geometria sccortica lo spazio. La prospettiva lo tiene immobile.

4 Commenti a “i libri di marzo”

  1. gaia scrive:

    OT: belle le calycante su Grazia!

  2. nina scrive:

    ognuno chiama, ma alla fine prima di tutto mi sa che vince La vita dei detagli, tutto è nudo.
    Baci a voi
    nina

  3. sergio scrive:

    Carissimo/a
    Sto per aggiornare l’elenco dei food blog italiani
    Mi piacerebbe sapere:
    In che anno hai aperto il blog
    Possibilmente la tua città e provincia.

    Grazie
    Puoi comunicarmelo al seguente link (se vuoi)

    http://griglia-e-pestello.blogspot.com/p/food-blog-italiani.html

    sergio.

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