questione di Taste

Gli eventi di cibo legati a Roma ci fanno, soggettivamente, uno strano effetto. Pare di giocare in casa, non sembra vero di non dover mettere insieme una valigia, arrancare di corsa dietro al treno, consultare il meteo sapendo già che, quasi sempre, sbaglieremo equipaggiamento.
Ma tant’è a volte succede, e la città ha avuto nello scorso week end la sua versione di un Taste simile per certi versi all’edizione milanese (della quale noi, però, avevamo solo letto e sentito chiacchierare, molto…).
Taste of Rome dunque, con l’eccellenza dell’alta cucina capitolina raccolta in padiglioni gradevoli nello spazio tanto versatile e suggestivo dell’Auditorium Parco della Musica.  La formula era quella degli assaggi: tre piatti in media per ogni chef, prezzi tra i 4 e i 6 euro da pagare con una carta caricata di sesterzi (1 sesterzio = 1 euro) all’ingresso.

Le proposte erano ampie da Cristina Bowerman (Glass Hostaria) a Roy Caceres (Metamorfosi), dal Guida Ballerino di Andrea Fusco ad Agata e Romeo, passando per Il pagliaccio di Anthony Genovese e poi ancora Kotaro Noda del Magnolia Restaurant al Jumeirah Grand Hotel, Francesco Apreda dell’Hotel Hassler e insomma tutto, o quasi tutto, quello che a Roma si connota come alta cucina.

In tutto questo tanta gente, ma non troppa (probabilmente per il prezzo-barriera all’ingresso di 16 euro al giorno da sommarsi, anzi da anticiparsi al costo degli assaggi), gli stand dei prodotti con molti grandi marchi della grande distribuzione, molte presenze conosciute e ri-conosciute in tutti gli eventi di questo genere, ma anche e soprattutto il piacere di vedere almeno alcune delle piccole specifiche realtà di settore nel panorama capitolino: Peroni (l’antro meraviglia che a Prati fornisce di teglie, tegliette, stampi, mattarelli, glucosio e altre cosette ogni mano appassionata di cucina), L’emporio delle spezie (che egualmente raccoglie con grazia ciò che a Roma non è sempre facile reperire), il Caffè di Sant’Eustacchio e persino i dolci di Checco il Carrettiere a Trastevere.
Nel complesso, però, confessiamo di non aver capito pienamente lo spirito, o forse meglio l’amalgama di questa operazione che raccoglieva un po’ di tutto (espositori-sponsor, corsi di cucina più o meno estemporanei, showcooking, degustazione di prodotti e di cucine) ma lasciava in bocca, forse, qualche confusione.
Non sagra di prodotti, non convegno di addetti ai lavori, non concorso di chef, il Taste of Rome nella nostra soggettiva, soggettivissima esperienza è stato un modo per salutare alcuni amici, sedersi al sole su colorate parigine, ascoltare e soprattutto assaggiare chi quella cucina, alta, fa.
E qui c’è da dire che a fronte del prezzo del biglietto di entrata i costi dei singoli piatti, per quanto non regalati erano pure da considerare corretti. Certo non ci si sfama, certo qualche delusione l’abbiamo avuta, ma nel complesso è una formula con cui diventa possibile assaggiare (non mangiare!) cose che si fatica a concedersi non dico spesso, ma nemmeno qualche volta.
Tra tutto quel poco che abbiamo assaggiato rimarranno nella memoria: la tartare di Kotaro Noda, il riso rosso di Roy Caceres, la torta di gaspé con patate e bagna cauda moderna di Giulio Terrinoni e il paninetto di foie gras di Cristina Bowerman con patatine sottilissime maionese di passito e ketchup di mango.
Tra tutto quello che abbiamo ascoltato di certo rimarra la descrizione di un carbone di melenzane raccontato da Francesco Apreda nell’intervista disegnata di Gianluca Biscalchin… non sappiamo ancora bene come, ma tra essiccatore e una certa dose di coraggio, dobbiamo provare a ricostruirne l’immaginazione da sogno che ci ha suscitato.

12 Commenti a “questione di Taste”

  1. Reb scrive:

    Meno male, meno male che ci siete!

  2. lydia scrive:

    Ammazza, ma la mia mano sembra fighissima!!!

  3. Elvira scrive:

    Lydia, siamo ancora al “sembra”????

    Chissà, magari la prossima edizione lascerà meno dubbi di questa, ma intanto sono stata troppo felice di incontrare tutti voi!

  4. lydia scrive:

    Mani a parte, avendo partecipato alle edizioni milanesi, posso dirvi che questa romana è riuscita meglio.
    Sarà stato il bel tempo romano, sarà il fatto che Roma non ha la sovrabbondanza di ciboeventi che ha Milano, sarà stata la partecipzione più calorosa, entusiasta e “ragionata” dei romani, sia chef che pubblico, fatto sta che a Roma si respirava un’altra aria.
    Ciò detto resta il dubbio di cosa sia e cosa voglia essere il taste

    • maite scrive:

      Sulle mani in effetti mi associo a Elvira. Ma che tra smalto ed anello stiamo ancora al sembra??
      Per Taste, come tu dici, credo che il problema sia fondamentalmente quello di un’identità ancora da cercare; peccato (lieve) in una prima edizione, ma forse difficile da affrontare per la sovra-abbondanza di eventi legati al cibo (sì, persino laggiù nella capitale)

      • Elvira scrive:

        ho chiacchierato del Taste con diverse persone “normali” (lasciatemi passare il termine, per intendere persone che cercano il buono anche se non sono proprio appassionati), e da tutti mi sono sentita dire che, per quanto interessate, ritenevano troppo alto il biglietto di ingresso (considerate che un bimbo di 5 anni avrebbe pagato 8 euro). Ora mi sfugge dove l’ho letto, ma sembra che l’intenzione degli organizzatori sia stata proprio quello di mantenere elitario l’evento. Ah, beh, allora, ci sono riusciti.

      • lydia scrive:

        Maite, vorrei ricordarti chi mi ha regalato quell’anello….

  5. miciapallina scrive:

    Che bello!!!
    AVrei tanto voluto esserci per conoscervi finalmente tutti!
    Bellissimo racconto, lucido ed essenziale.
    nasinasi ronronanti a tutti!
    miciapallina

  6. [...] elargito durante la sua chiacchierata con Gianluca Biscalchin nello stand S.Pellegrino durante Taste Roma (era estate…. sigh!). La polverina ci è tornata in mente in un vorticoso esercizio (in [...]