dalla quercia all’olivo

5000 chilometri, il mare e l’oceano, fiumi infiniti e terre di ogni colore, porti, rias, ghiande ed ulivi. La nostra estate, dopo il luglio siciliano, è stata un cammino lungo che da Barcellona ha navigato rotte iberiche, di sopra e di sotto. Barcellona, Segovia, Avila e Salamanca quasi di un fiato all’andata, poi una Galizia lenta che guardava alla sponda portoghese, e Porto, il Duero, l’Alentejo poi Extremadura e finalmente Andalucia.
Cordoba lunga tre giorni e trentotto gradi di torrido sole e poi di nuovo chilometri e chilometri, distese di ulivi e poi nuovamente querce fino a Catalunya, fino a Barcellona. Negli occhi è rimasto l’ocra sconfinato e una sensazione stupita di tanto tanto cielo sopra di noi; la luce esasperata di Occidente, le ombre secche del mezzogiorno, e poi sì, querce ed ulivi, tanti, tantissime.

Il fotografo, laconico alla guida, ricordava vagamente di aver letto un giorno e chissà dove che la penisola iberica fu in tempi romani (?) l’ideale autostrada di uno scoiattolo intrepido, che avrebbe potuto percorrerla tutta senza mai mettere il piede a terra, saltellando sulle creste delle querce. E noi, macinando la strada con l’impegno implicito di evitare autopiste e prediligere i desvii abbiamo visualizzato scoiattoli (ma pure prosciutti, frutti di tante ghiande…), hidalgos e armate di Augusto spinte fino ai confini della terra.
Perché sì Galizia è alla fine del mondo. Lo è ancora in tempo di aerei e connessioni, lo è con un suo ritmo, con la sua pietra di granito, con tanta tanta acqua. Quella dei fiumi (il rio Miño  nella geografia di questi nostri giorni), quella delle rias (i “fiordi” profondi che sono nella leggenda le mani di Dio posate su questa terra), quella che cade in pioggia lunga e sottile, o si vaporizza senza bagnare (ma a volte pure anche sì), e naturalmente quella dell’Oceano.

L’Oceano che pure ho faticato a incontrare faccia a faccia, perché las rias proteggono la terra e ne allontanano la potenza e il fronte. Il fiume è dentro questa dinamica e il suo fascino rimane nella dimensione di confine. Il Miño separa e unisce: su una riva Spagna, sull’altra Portogallo. Di qua e di là fortini che si guardano da secoli e genti che si somigliano e sono diverse. Galizia celtica e malinconica,  Portogallo in festa a cavallo del ferragosto come l’Italia meridionale degli anni Sessanta, i paesi illuminati e gremiti dal ritorno momentaneo di chi è emigrato lontano, in Francia soprattutto, a cercare fortuna.

E che abbiamo mangiato lungo tanti chilometri? Pulpo tantissimo, a feira naturalmente. Cotto in pentoloni e servito su taglieri rotondi con solo olio, sale in scaglie e paprica dolce. E pimientos de Padron, che non proprio da Padron vengono, ma che sono una delizia, piccoli e dolci, fritti e compulsivi come patatine. E baccalà, che qui è tutta una sua storia e una confusione di nomi e di pesci, ma che in generale è sempre buonissimo. E mariscos a perderne se possibile il desiderio.
Ma con il tempo umido e le brume c’è stato pure il tempo di una fabada asturiana, cotta con la giusta lentezza in una magnifica pentola di ferro nella casa calda che ci ha ospitati ed accolti. Le amache nel prato di querce e il camino (qualche volta pure acceso), una gatta di nome Valentina e fiori selvatici, il fiume ad un passo.

Poi quando ci siamo rimessi in cammino è stato saltando di mercato in mercato, come è giusto che sia. Dal mercato piccolissimo di un paese così sperduto sulla costa atlantica del nord del Portogallo da averne dimenticato persino il nome, immerso com’era in una bruma fredda che saliva dall’oceano, fino a quello decandente di Porto. Un fascino un po’ triste, ma evidente e caldo, vicino ed esotico al tempo stesso. Un recinto grande e profondo con balconate e scaloni, ma così dimenticato a se stesso da far domandare in quale tempo vive e in quale tempo è morto. Lì abbiamo incontrato fieri galli vivi in gabbie apparentemente senza padrone, trecce di aglio rigogliosissime, castagne dei marinai, legumi, e poco, poco altro.
Ale spalle c’è una città bellissima, tutta in salita, o tutta in discesa, un po’ difficile da percorrere con un passeggino, ma piena di contrasto e di esotico. L’architettura e la luce parlano del nord, fanno pensare a rotte mercantili del seicento, la decadenza è meridionale anche se forse non più mediterranea. Interi palazzi splendidi di ricordo e di ricchezze aperti all’abbandono, e poi il pullulare della vita popolare dei porti che qui sono porto un po’ di più, come a Genova, come a Napoli, come un tempo a Venezia. Il lungo “canale” del Duero che porta l’Oceano e porta il vino dalle terre di dentro: Porto sembra ancora un enorme mercato che parla tante lingue, pieno di stranieri che se ne godono l’unicità un po’ misteriosa.

E noi rapiti dal fiume (e dai pasteis de nata) abbiamo deciso di risalirlo il Duero lungo una strada tortuosissima e azzurra di acqua che rendeva evidente il vantaggio di trasportare le botti via fiume, evitando scarpinate a dorso di mulo. Quelle ce le siamo concesse noi perdendoci mille volte in sentieri e foreste di eucalipti e querce sughere; ma se abbiamo perso la via abbiamo però trovato paesi bianchissimi con segni di azzurro o di giallo per i contorni allegri di porte e finestre, paesi senza un bar, una farmacia, un ristoro, ma con una plaza de toros ancora lì, più o meno in funzione. La Spagna era ad un passo e in un attimo, traversato un altro fiume con i cavalli a custodia, era Extremadura e da lì Andalucia.

Cordoba è stata caldo (tanto e secco), salmorejo (in ogni possibile versione), mercati e meraviglia di una città che è tanto e tante. La città mussulmana, ebraica e andaluza, in una mezcla che si fonde e ne fa qualcosa che sta solo a sé, come la Mezquita che toglie il fiato. Patios, ombra e luce, le ore di un coprifuoco che non ammette trasgressioni, se non il rifugio in una sala da tè araba dove sorseggiare tè alla menta e mangiare dolci svenevoli di miele. Poi a sera il Fino, in una piazza Real popolare come nessun’altra in Spagna, e a cena tapas per davvero e salmorejo aggravato di prosciutto e uova di quaglia. Ce la siamo spassata, abbiamo riportato il caldo nelle ossa, un piccolo libro (di salmorejos ovviamente) e un cappello.

Lungo la strada di un lungo, lunghissimo ritorno abbiamo trovato l’ulivo, in una distesa sterminata che pareva finzione. Chilometri di collinette e pianure assolate di terra bianchissima, con alberi da stancare gli occhi, da non poterli immaginare.

14 Commenti a “dalla quercia all’olivo”

  1. Ila scrive:

    Questo racconto di viaggio mi ha lasciato senza fiato. Lo rileggero’ ancora e ancora per perdermi nella magia di questi scatti incredibili. Grazie e bentornati!

  2. Giulia scrive:

    Un reportage intenso e suggestivo, che fa venire una grande voglia di partire. Ancora due settimane e poi sarò anch’io in Andalusia, a vedere da vicino un po’ di quello che raccontate e a mangiare salmorejo a volontà!
    Giulia

  3. Giulia scrive:

    Un reportage intenso e suggestivo, che fa venire una grande voglia di partire. Ancora due settimane e poi sarò anch’io in Andalusia, a vedere da vicino un po’ di quello che raccontate e a mangiare salmorejo a volontà!
    A presto
    Giulia

  4. Ho vissuto nelle tue parole viaggi ormai che fanno parte della mia memoria, le distese di ulivi che mi hanno lasciata folgorata ogni volta che lasciavamo Siviglia per altre mete, orizzonti.Le distese infinite di giallo ocra :-) ritrovate quest’anno lungo il viaggio che ci ha portati nel Pais Vasco…. Il Portagallo con quella triste bellezza, fatiscente… Foto incantevoli

    • maite scrive:

      Daniela grazie! e vediamoci quando rientriamo in ottobre, così ci racconti del Pais Vasco. Un abbraccio.

  5. sara scrive:

    che bel viaggio! a parte l’invidia enorme mi ha fatto sognare ;)

  6. lucilla scrive:

    Bellissimo il vostro racconto di parole -immagini. Mi ha fatto rivivere il nostro “stare”, e immaginare il vostro viaggio. A prestissimo!

  7. Certo Mayte sará un piacere conoscerti :-) Un abbraccio

  8. Francesco da Novara scrive:

    Per pochi minuti ho viaggiato per la penisola iberica leggendo le vostre parole, ho visto Cordoba e Porto, ho assaporato i pasteis de nata, cantato canzoni mozarabe, ho sentito l’oceano bagnarmi i piedi scalzi..
    Felice di ritrovarvi qui